Kláudaný

14 Marzo 2008 4 commenti

Un freddo pomeriggio di metà marzo, anomalo e confuso, mi stringe la mano con insistenza via via che il giorno declina. Ecco che sale su fino al polso, tastandolo come un medico avanti con gli anni che abbia perso ormai il senso del tatto. Lo lascio fare — che controlli pure le mie pulsazioni! Sono vivo infine e sono qui. Lontano da lui con gli occhi lucidi e in bocca il sapore acidulo della gelosia.

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Nero notte: calligrafia

24 Dicembre 2007 1 commento

L’incenso si era spento un’ora prima, e tuttavia un aroma residuo di sandalo o di patchouli lo potevi ancora afferrare in punta di naso.

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Conversazione notturna

12 Luglio 2007 4 commenti

— Laggiù al lago, perché mi chiamasti farfalla?

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L’ultimo secolo prima dell’uomo (di Yànnis Rìtsos)

4 Giugno 2007 Nessun commento
questo post è un omaggio ad uno dei poeti contemporanei che ho sempre considerato come uno dei miei maestri 

Scesero con divise lacere, con vecchi fucilisenza pane nello zaino  senza pallottole.Soltanto con piccoli fiumi gonfi d’ira chiudevano i varchi alle loro spalle.

Avevano marciato mesi e mesi su pietre sconosciutesulla neve coi loro ulivi e con le loro viti —uno aveva lasciato lassù un piede o una manoun altro un gran pezzo della propria animaciascuno di loro uno o più morti.

Poi ritornarono con le ferite e i congelamentiseppellirono i loro fucili fra le rupi, nella neve, nelle cavità degli alberinella paglia, fra il tetto e il soffitto, nel ripostiglio buioche dà sul retro della notte con un fanalino ad olio di pazienza.

Strideva l’uscio chiuso a chiave come stridono i denti per il freddo.La neve si scioglieva. Nella notte scendevano grandi fiumicon ossa, elmetti e bandiere a brandelli.Le finestre chiudevano gli occhi. I vetri non brillavano.Come i ciechi. Guardavano dentro.

Pioveva a dirotto in quei giorni. Il fiume scendevadai tetti nelle grondaie  dalle grondaie nelle stradeda lì nelle fogne — e poi non se ne sapeva più nulla.Restava una striscia grigia d’ignoto, appena formata,nella città  nella notte  perfino nel sonno.

Fuori della camera chiusa a chiave nel corridoio comuneesattamente sopra le assi della porta, un mortosempre diritto, appoggiava la schiena alla portaschiena contro schiena — se aprivi sarebbe caduto in terra.

Dormire o potersi voltare su un fianco era, naturalmente, impossibile.Molti passi secchi, tenebrosi — passi stranieri per la via o per la scalatutt’intorno un pezzo di silenzio o un pezzo di ghiaccio o di morte — chissà —tutt’intorno un qualcosa di freddo  di rotondo  di estraneo. E una pallinapiccola che si spostava qua e là sempre chiusa e interacome il mercurio sul pavimento da un termometro spezzato.

Dietro il recinto c’era il giardino ammuffito  buio  con alberi cavivi gettavano là le brocche rotte, l’ovatta col pus, gli avanzi di cibo.

Nessuno guardava dalla finestra. Pioveva. Le stanzechiuse dal rumore della pioggia — tagliate fuoricome forzieri segreti di forma quadrata con una mercanzia ignotanella stiva d’un grande vascello misterioso, immobile — o forseviaggiava senza fumaiolo  senza eliche? Tuttavia puzzava di carbonee d’acqua sconfinata. C’era la luna, credo, in quelle notti —l’ombra della luna era agganciata al muro di fronte.

Molta umidità. Un tremolìo passava per i cavi.Le poche patate nell’armadio gettavano germogli. Anche la cipollametteva occhi verdi. La carta d’imballo forata da un dito invisibile.

Nel corridoio il globo polveroso era come un ricordo inutile.In cucina i piatti sporchi, lo strofinaccio nuovo, il sacchetto di cartal’esca avvelenata e la trappola per topigli scarafaggi liberi durante la notte di correre sulle mattonelle del bagnocon piccoli scricchiolii, molti scricchiolii, come in giunture da incubo.

Dopo mezzanotte si levava il vento. La biancheria appesa al filo della terrazzasbatteva violentemente come una grande quantità d’acqua al chiarore lunare.

E certamente quel vascello proseguiva il suo viaggio.

Salì per ultimo la scala. Si fermò sul pianerottolo di mezzodavanti alla statua che era lì da anni, nel vano del muro, presso la scala —era forse il medesimo? — fermo lì — da quando? —e voleva ora scendere o salire? Nulla.Il ginocchio di pietra non si piega. Si spezza.

Di pietra, di pietra, di pietra — diceva —e la luna contava sulle dita fino a novee poi ancora fino a nove — strani conti. Che rapporto abbiamo noicon quei numeri scritti sui vetri sporchicon quei numeri d’argento per l’appunto? L’umidità scintillava negli angoli ammuffiti.

Poco dopo salì anche l’albergatore — lo scostò con noncuranza e passò oltre.Le sue tasche erano piene di chiavi — non si udì il tintinnìo.Il cameriere s’era addormentato col capo in mezzo al vassoio— forse l’avevano ucciso?L’altro proseguì e guardò dal buco della serratura la giovane coppia:lei sull’orlo del letto — si toglieva le calze e piangevalui era già nudo e del tutto indifferentecome quella statua  nella cavità della scala —e la statua non era più al suo posto,era passata di sbieco, con la spalla, per il vano della portal’asse stinto aveva lievemente scalfito la sua schiena. Veramentecome le statue quando fanno l’amorequando si lavano e si pettinano davanti allo specchioquando infilano le scarpe e si abbottonano la giaccaquando s’affrettano per non perdere l’autobus del mattino?

Perché tutti fanno l’amore  tutti s’affrettano  tutti vogliono vivere.Da fuori si udivano passi e colpi di pistola.

Città che veglia. Le imposte sbattono tutta la nottequasi applaudissero la solitudine. Hanno paura e applaudono. Sul tettogli stivali del vento. Le maglie sudate del malato stese sul filoda un angolo all’altro della stanza. Molto fango nella via.Senti che all’ingresso si spazzolano le scarpe.

Sono aride, scavate le tue labbra. Hai la febbre?Un odore di alcool e di canfora nella stanza fin dentro al ricordo.Giorni fa hanno trasportato qui i feriti. Hanno chiuso l’ospedale.Le vecchie gambe di legno e le stampelle sono rimaste in cantina.

La cantina è stata allagata dalla tempestae le stampelle e le gambe di legno sono uscite nella via.Eh, dunque — disse — anche le statue, ti dico, camminano e tengono il fucile. 

Ecco i Sapienti…

4 Maggio 2007 3 commenti

[SCENA PRIMA] Australopitechi nevrotici con cordicelle di iuta inumidite attorno al collo e alle caviglie leccano e succhiano il pene dei pitecantropi eterizzati sui loro rami sfrondati. La scena è squallida, misera e cruda con suo senso nascosto, tuttavia, tra le radici profonde dei pioppi. Un mammuth dal ventre enorme orina nascosto da una fila di vecchi alberi poco distanti, i pitecantropi dall’alto gli sputano in testa. L’odore di ammoniaca ammorba l’aria della notte che si dondola sopra un’amaca di costellazioni nuove. I grugniti e gli spasmi fanno frusciare le felci appesantite dagli schizzi di seme infecondo. Gli amplessi orali si susseguono come scandissero le fasi d’un rituale ancestrale. Alcuni dei pitecantropi, i meno pelosi, piegano indietro il capo. Ridono. Urlano. Si esaltano poi in una danza parossistica. Sodomizzano gli australopitechi superstiti dopo averli evirati. Accendono fuochi per rischiarare le loro pupille. Il sangue non è abbondante: solo un fiotto, un rivolo sottile, poche gocce… un refolo di vento boreale li fa drizzare in piedi. Con più foga flagellano i fianchi e le schiene dei più irsuti, ridendo, urlando, agitandosi sempre. Una biscia d’acqua sembra un fallo innocuo che si dimena appena nel liquido denso d’uno stagno semi asciutto; il becco sottile di un colibrì spazientito le perfora un occhio, poi affonda lo stesso becco amarognolo nella corolla d’una calendula che non se ne cura, perché un’altra natura respira di là dalle colline sullo sfondo.

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Tre città

12 Aprile 2007 4 commenti

Ludwigsburg.

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Tre notti al Circolo Pickwick

9 Marzo 2007 4 commenti

AGON IA

12 Febbraio 2007 4 commenti

«Non ho più nulla di mio da dire, se non questo dolore, vago, che ora s’infittisce, che ora si dipana come il respiro della pioggia contro gli scuri della mia finestra. Prendo congedo. La platea mi logora con le richieste di bis, con gli sguardi troppo attenti per essere ignorati, con il frusciare delle dita spazientite sulle pagine di un libretto d’opera —non trovano le mie battute, sono come sgomenti i loro volti!—. L’autore della piéce è morto ieri, credo, con il calamo riverso sullo scrittoio: un rivolo d’inchiostro, uno scuro stillicidio annera la punta della sua scarpa destra, e si spande.» Queste parole ho trovato scritte a matita sul frontespizio di un libricino anonimo scorto per caso tra quelli in vendita in un piccolo chiosco fuorimano. Tre monete, e lo porto a casa con me: AGON IA.

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Pagina di diario #27

24 Gennaio 2007 2 commenti

Martedì notte, 23 gennaio,

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Stradamare: come un ritorno

22 Gennaio 2007 2 commenti

E ancora l’asfalto. Il mio mare personale. Solcato infinite volte, eppure mai abbastanza. Le luci che gli scorrevano addosso, dopo la pioggia, erano le mie correnti calde. Spesso le seguivo fino ad un’isola che prendeva forma solo dopo esservi approdato. Mai prima. Spesso lasciavo che un disegno tremolante appena apparso mi indicasse una direzione. Allora mi rimettevo in viaggio, scivolando con le scarpe sul grigio dell’asfalto. E lo sentivo ormai dentro, l’asfalto. Come la salsedine. Come le strade che percorrevo e che mi segnavano. Ogni traversa, ogni angolo, ogni singolo vicolo imboccato lasciava dentro di me il suo odore. Il suo sapore sulle labbra. Un’impronta che si sovrapponeva ad un’altra, rendendo i ricordi più confusi e più pesanti. E un sorriso e una stretta di mano e uno sguardo e mille parole per uccidere un silenzio un po’ martire. Allora seguivo le stelle: verdi, gialle, rosse. Intermittenti. Fisse e sgargianti alcune, quasi spente le altre. Tutte affascinanti. Tutte da scoprire e nessuna da tenere. Punti che segnavano con cura una rotta dalla quale deviare con sbadataggine. La meta si sarebbe mostrata da sola. Anzi, mi sarebbe venuta incontro danzando, ondeggiando, navigando a sua volta se avessi continuato ad andare. Non aveva più importanza leggere le carte, scrutare i segni del cielo, tener d’occhio che inavvertitamente l’astrolabio non andasse in frantumi…

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